mercoledì 20 gennaio 2010

LA VISITA MEDICA

“Puoi rivestirti e alfin dormir tranquillo
Ché da me trista prognosi non esce
Morbi non hai, sei vigile ed arzillo
Dichiaro che sei sano più di un pesce,

forse che la paura allor ti nasce
dopo che frequentasti le bagasce?”
“Giammai, dottor, giacer con donna io volli,
l’unica mia passion so’ i francobolli.”

“Ah…” sospirò l’anziano e arguto medico
con la diplomazia ch’è d’un politico:
“…optasti ordunque più pel mondo ascetico

che per lo materiale, e non ti critico;
la diagnosi concludo: Filatelico.
Diverso assai dall’esser Sifilitico!”

lunedì 11 gennaio 2010

SOLE DEFUNTO

(nota: nel 1697 con un decreto re Luigi XIV, il Re Sole, fa chiudere il Theatre Italien dei comici dell’arte italiani, colpevoli di audaci satire sulle amanti del re. Nel 1715 dopo aver regnato per 72 anni Luigi XIV muore a Versailles)

O sommo gaudio, morto è il satanasso
Che diciott’anni fa per suo decreto
Rese ciascun di noi sì tosto e lasso
Ponendo alla commedia d’arte il veto

Ricordo aveo sei anni o forse sette
che ne sentii discorrere un mattino:
il re non vuol si parli più di tette
delle sacre nipoti a Mazzarino.

Troppo audaci le satire italiane?
Troppo arguta la commedia all’improvviso?
Sei tu che ti circondi di puttane

E alla cattiva sorte fai buon viso.
Se poi taccio su Olimpia o su Maria (1)
Di certo altre ne trovi a darla via



(1)= Maria e Olimpia erano le due nipoti di Mazzarino amanti del re Sole.

EPITAFFI ED EPIMAGNI

nota: il titolo pare essere un gioco di parole tra il prefisso “epi-“ (dal greco epì=sopra) e magno (ovverosia “grande”), ma “magno” è anche dialettalmente il presente di “magnare” cioè “mangiare”, così come “taffio” è il presente di “taffiare” che ha lo stesso significato…quindi l’ Epitaffio viene trasformato in Epimagno, o qualcosa al di sopra dell’ alimentarsi…

EPI MAGNO

Se mai qualcun negli anni qui a venire
Metterà mano in quella cassapanca
Laddove io custodii, tra le sue spire,
ciò che la mente mia creò, mai stanca

vi troverà gli scritti ed i progetti
rimuginati a lungo e per decenni
taluni un po’ bislacchi od indiretti,
gli uni ben certi, gli altri solo accenni

tra resoconti de li lunghi viaggi
ed esperienze da toccar con dita
ficcati là, dove del sol li raggi

non podarìa ridare a lor la vita.
Son certo, non pensar ch’io alzassi il gomito
Ma medito li metodi, indomito

PANACEA

Stamane allo levarsi dello sole
La mente mia a pensar facea difetto,
non un’idea, né giuochi di parole,
così tornai a girarmi nel mio letto.

Poi, dopo il desco, nessun altra luce
Lanciò gli strali suoi per abbagliarmi
“oh, poffarbacco, questo mi conduce
Di certo e in breve tempo ad ammalarmi!”

Pensai, così mi misi al tavolino
E vi restai fin a sera inoltrata
Temendo nel castigo di un divino

Finché questa poesia non fu creata
Sapendo che una cansonetta al giorno
Di certo toglie il medico di torno.

CANSONETTE DIALETTALI

(note: durante i suoi lunghi viaggi il Malaguti tentò di produrre alcune canzonette utilizzando il dialetto locale, affascinato dalla musicalità dei vari linguaggi… il primo esempio è relativo alla sua permanenza nel ducato di Milano, la seconda venne redatta durante un suo tour nel regno di Napoli)

EL COEGH

Pròpri iér sèra a cà d’un musicista
S’eri cunt una banda de sés matt
Parlàum de teàter futurìsta
Parèven tucc bun dumà a ciapà i ratt

Un bel mument el vùsa “el past l’è cott”
Ciàpi la mè cadrèga a setàm giò
“cunt de la versa ù preparà un risott…”
Ris cunt la versa, amò, mi me piàs no.

Mai cunt ‘n oss bùs, ‘na fava, un cutechìn,
un bel purè, un tòcc de panetùn,
‘n aròst cunt ì patàt e cunt el vìn,

ma tuti i vòlt che vègni a culasiùn,
ghè poca fantasìa, in gemò desdòtt
sèmper con la tò versa in del risòtt

(traduzione: proprio ieri sera a casa di un musicista mi trovavo con una banda di sei matti a parlare di teatro futurista, sembravano tutti buoni solo per catturare topi. Ad un certo punto il padrone di casa urla “il pasto è cotto”, prendo la mia sedia per accomodarmi,”ho preparato un risotto con la verza”, riso con la verza, ancora, ma a me non piace.
Mai che ci sia un osso buco, una fava, un cotechino, una bella purea di patate, una fetta di panettone, un arrosto con le patate e con del vino, tutte le volte che mi inviti a cena, mi dimostri una scarsità di fantasia, e son già diciotto volte sempre col tuo risotto con la verza.)

NAPUL’ E’

Strunz, ca ‘rritt te ne staie
Arrèt ‘e mura d’ò castiello antico
Nun te cruccià, ni’o vero, nù ‘ssò guaie
S’atturn a te manco nu viso è amico

Sii fiero da tu’ rizzità, sì fforte
Nu sì quale ‘na scquacquarella molle
Tu sì comm’ o guardiano de ‘ste porte
Ca ddòminano a vista tutt’ o colle

Quand’ecco che ‘nu zingarello riccio
Te posa roce roce sulla testa
L’unica scarpa sua, ne tiene una

Mò sì schiacciato e chisto è ‘nu pasticcio
Quand’anche se la gente te calpesta
Piensa cà sì ‘nu segno d’a ffortuna

(traduzione: stronzo, che dritto te ne stai dietro le mura dell’antico castello, non ti rattristare, non è vero, non è un guaio se non sei circondato da volti amici, ma anzi sii fiero del tuo ergerti, sii forte, non sei come una liquida diarrea, tu sei come il guardiano di queste porte che a vista dominano tutto il colle. Nel mentre un giovane zingaro dai capelli ricci ti posa dolce dolce sulla sommità la sua unica scarpa, ne possiede solo una. Ora resti schiacciato e ciò è un pasticcio, anche se le persone quando ti calpestano pensano si tratti di un segno beneaugurante.)

LA DANZATRICE

Cade la neve e tutto copre piano
Ricopre i campi e copre anche la panca,
la capra a ricoprir pensa il villano
sotto la panca, e scopre quant’è stanca

come colei che arranca, o ballerina,
già stanca di campar col moto d’anca
che più si affranca e campa, o poverina,
adunca, un po’ sbilenca e a volte sciànca.

Ahi, scoprir che coperta è più la capra
Che la tersicorea con la sua danza,
sperar che uno spiraglio ancor si apra

ad ottener col suo moto di panza
un gruzzolo di schèi che ancor le manca
per lo scoperto del suo conto in banca

…E NELLA STANZA V’E’ IL CIELO

Nel mentre tu con me ti lasci andare
Volgo i miei occhi ai muri della stanza
E le pareti sue sì fredde e amare
Cedono il posto come in dolce danza

Ad alberi, son alberi infiniti
Che fan cader lo sguardo ancor più ritto
Laddove i rami loro son finiti
E vedo scomparire anche il soffitto

È un cielo sopra a noi, soltanto il cielo
Per noi che qui restiamo abbandonati,
niente, più niente sopra questo velo

che copre i nostri corpi innamorati.
Le note di un tantofono che suona
Simili a un organo che mi abbandona.


(note: questa cansonetta è stata trovata all’interno di un’epistola indirizzata ad una certa Ginetta della Gens Paola, amante istriana del nostro Ercole.
È sorprendente l’affinità con il testo del noto successo di Gino Paoli “il cielo in una stanza”; si ipotizza che l’originale della lettera possa essere stato recapitato alla Ginetta e poi conservato tra i cimeli della Gens Paola e tramandato ai futuri eredi)

NEL DELTA

Fin da li tempi delli dinosauri,
già prima ancor dell’uso dell’aratro,
recita l’homo! E in quel di Caput Gauri (1)
mi trovo a dissertare di teatro,

cosicchè tra un’anguilla ed una spigola
al desco colloquiammo per sei ore
di un tal che simulando il buon Caligola,
che fatto avea un cavallo senatore,

volle inserir in rappresentazione
a recitare invivo e senz’inganni
un canovaccio pel suo can barbone.

Un can nella commedia degli zanni,
ben venga! Non capisco lo stupore
tra tanti attori cani, un cane attore.

(1)Antico nome di Codigoro

INTER CAETERA (1)

Tal Benedetto mentre benedice
Scrive una bolla dalla capitale
Ei si lamenta e così male dice
Su alcuni “abusi” fatti a carnevale.

Papa Bandèt perché non fai fagotto?
E non te’n vai, che so, giù in Terra Santa
Anziché rovinarci il quarantotto (2)
Che d’allegria abbisogna in dose tanta.

Detesto quest’enciclica papale
Che rabbuiarci vuol questo momento
Eppur vale la carne a carnevale…

Se sol spostasse un po’ lo di lei accento
Torrer potea così la sua Enciclìca
E sbattersela in cul, che cosa fica.


(1)Inter Caetera è una enciclica di Papa Benedetto XIV, datata 1 gennaio 1748, e scritta all’Episcopato dello Stato Pontificio, nella quale il Pontefice si lamenta di alcuni abusi legati alle feste di Carnevale, e concede l’Indulgenza Plenaria a chi compirà determinate opere di pietà.

(2)Relativo al 1748.

IL CAFFE’

Evitar piazze, o medioevo tetro,
fuggir la corte d’un rinascimento arcano,
peste al salotto, ne convieni Pietro (1)
che alfin si riammoderna anche Milano.

Sarà uomo dabben chi ha praticato
Una bottega da caffè sei mesi
E nell’uscir colà ben dottrinato
Incline ad aver lumi sempre accesi.

Nella taverna e inciviltà del vino,
sol di deliri, ebbrezze e invasamenti
non poggerà più il culo od il suo piè.

Oh, magica bevanda apri le menti
Infondi in noi chiarezza e un lumicino,
orsù Demetrio portaci un caffè. (2)



Nota:
(1): Pietro Verri, Il Caffè nacque a Milano nel 1764 a opera di Pietro Verri e del gruppo che era solito raccogliersi all'Accademia dei Pugni.
(2)Sia il titolo, sia l'impostazione del periodico erano nuovi nella tradizione italiana. Il titolo prendeva ad esempio i periodici inglesi di Addison e di Steele, come The Spectator ("Lo spettatore") o The Tatler ("Il chiacchierone") e serviva a presentare la rivista come punto di raccolta delle discussioni che si tenevano in un caffè, gestito dal greco Demetrio, che era divenuto un luogo d'incontro per dibattere di argomenti politici e sociali.

ANAGRAMMA

Lassia ponsàr le membra mie sì stanche
Tornato dai miei viaggi in terra amata
Ed i ricordi drento a cassapanche
Non divulgar, te graffio, sòn ‘na gata.

‘na gata che te sgrìnfia co’ suoi artigli
Te cava i òci, te fa solchi al culo,
gli scritti miei per me son come figli
che importa se me disi che son mulo.

Testardo come un mulo? Forse due,
ciàmame Gata o Muli, o insiem venuti
ribadiranno il nome che la mamma

volle sì dar allè creature sue
famègia oppur casato Malaguti,
Muli più Gata ne son l’anagramma.



Nota: pare che “ Voltaire" potrebbe essere l'anagramma del suo stesso cognome in scrittura capitale latina: da AROUET L(e) J(eune) a AROVET L. I. o AROVETLI, da cui VOLTAIRE. (da Wikipedia)

FADO FATAL

Quale ecatombe, quanti morti, tanti
Mentr’io all ‘Alfama teco in gaudia zona, (1)
ricordi? Era lo giorno di Ognissanti
crollava sotto a noi tutta Lisbona

pensavo a te stupenda chioma rossa
che sussultavi in magistrale amplesso,
boati e poi tremori, un’altra scossa,
vantandomi del mio saper far sesso.

Ah, nel veder costei che tanto geme
Tentar di trattenere ancora il seme
Quand’ecco che il ricordo si fa vago

E si confonde alfin in una macula
A debordar di liquido era il Tago (2)
E non la mia appendice mentre ejacula.


(n.d.r.)
(1) = Alfama è il quartiere “alto” di Lisbona, l’unico che si salvò dal tremendo terremoto del 1/11/ 1755
(2)= il fiume Tago, in seguito al terremoto, produsse uno tsunami

LODATO SII

In un editto della capitale
Leggo che nello Stato Pontifizio
Vige una legge che fa il cardinale
Privo di subìr pubblico giudizio

Sicchè per qualsivoglia suo reato
Egli non può mai esser condannato.
Legge ad personam, penso, mej cojoni…
Tal cardinale Milvio Cusberloni,

Che di lombarda stirpe ognor si vizia,
aggiunge che avran giorni cupi e bui
quelli che non la pensan come lui

e tosto verran tutti condannati.
Beati gli assetati di giustizia
Perché saranno presto giustiziati.

L’ARCIPRETE E L’USURAIO

Ti dò ragione a dir ch’io te lo chiesi
Per via della canonica distrutta,
Prìa del restauro era cosa brutta
Ed un bel gruzzoletto già ti resi.

Ma tu mi fai interessi troppo alti,
E mi cacciasti in uno tristo guaio,
Per viver ho da far mortali salti
E tutto a causa di Abraham, l’usuraio

Son fesso se ti torno ciò che invòcchi,
Siamo già a pari, o vecchio mio giudèo,
Da me non avrai talleri o baiocchi.

Se insisti poi ai gendarmi darò voce,
Per far scender lo Cristo dalla croce
Lo invocherò: “vieni giù deo…”

L'AUTORE E L'ATTORE

L'Autore

Se tu sapessi l'Arte del Teatro,
attore, oh, se solo la sapessi,
sapresti anche di esser nato ladro,
maestro di raggiri e compromessi.

Saresti a conoscenza dei segreti,
dei mecanismi occulti del potere
con cui tragici, comici e poeti
solazzavano i gangli del piacere.

Conosceresti quelli ed anche questi:
i trucchi dell'autore intelligente
che tanto spesso scambi per pretesti;

padrone dei capricci della mente,
artefice dei ruoli che rivesti,
e invece, attore mio, tu non sai niente.

L'Attore

Se non avessi me, che l'Arte ignoro,
scrivano dei miei, tuoi, e dei lor stivali,
me, che lungi da pace e da decoro
al verseggiare tuo metto le ali,

dimmi come useresti le parole
che tronfio sbuffi dalla penna d'oca:
vedrebber'esse la luce del sole,
o solo quella tua candela fioca?

Senza di me, che il testo faccio vivo,
saresti solamente uno spauracchio,
un letterato inutile e nocivo.

Ma per le tue insolenze non mi abacchio,
gia ché di buon umore non son privo,
perché sul palco tu non vali un cacchio.

DONNA DEL MIO SOGNO

Volgo a te ora lo sguardo, o mia diletta
nell'esalar cotesta cansonetta;
e nel pensier mi fingo altari e lumi,
e incensi, e alcove, e sandali, e profumi.

Ti immagino accasciata sulle cosce,
fasce d'organza in vita e stoffe rosse,
preziose sete e ninnoli d'oriente.
M'immagino: perché tu non hai niente.

Nessuno, a parte me, che ti conosce,
nemmeno mezza amica, né un parente,
né tantomeno pargoletti implumi.

E intanto che d'amore mi consumi,
ti veggo dileguarti senza fretta.
Tu non esisti: ed è la tua vendetta.

LA CANSONETTA

Fra le "invenzioni" di Ercole Malaguti un posto di riguardo spetta alla "cansonetta". Egli standardizzò la forma con la quale fino dal '300 si erano espressi sia giullari che poeti colti, giocando sull'ambiguità del termine e della sua trascrizione.
La "cansonetta" malagutiana mantiene la struttura che ancor oggi conosciamo: due quartine e due terzine composte di versi endecasillabi a rime variamente alternate e concatenate. Riportiamo qui tre esempi tra i più significativi della sua vasta -e non ancora esplorata- produzione.
Il primo, dedicato ad una donna soltanto sognata, come nella tradizione amorosa in auge nei secoli precedenti al XVIII; il secondo ed il terzo in forma di botta-e-risposta fra autore ed attore, nei quali si avverte la moderna ironia che fu sempre caratteristica di tutte le composizioni di Ercole Malaguti.

CHIARORE

Qual sia il problema, me ne sfugge il senso
La notte già è trascorsa e questa luce
M’insegna che ormài fuor da te, già penso
A entrar dentro l’aurora mi conduce

Costei che è ancor sì parva e poco tonda
Terràmmi in grembo suo sol pochi istanti
Sine perdere mai la trebisonda
Giacchè m’aspetta l’alba un pò più avanti

Avvolto nel tuo buio, o mia nottata,
A rigirar nel letto ho perso l’ora
In sogni ad occhi aperti con l’amata

Luci degli occhi miei l’Alba e l’Aurora
Mi fan ben cominciare la giornata
Che importa se una è bionda e l’altra è mora?